Vuoi che la qualità del tuo acquedotto diminuisca? Vota sì!

Link all’articolo 23.bis oggetto del Referendum: http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/referendum_giugno2011/art.23bis.pdf.

Continuamo, nel nostro piccolo, a fare informazione segnalando queste interessante riflessione di un docente di economia dell’Università di Bologna: http://www.linkiesta.it/se-vince-il-si-sull-acqua-non-ci-saranno-soldi-da-investire riporto alcuni interessanti passaggi.

Differenze tra Lavoro e Capitale

La legge oggetto di votazione abrogativa parla di “remunerazione del capitale investito”. Che cosa si intende esattamente per capitale investito?

Per “capitale investito” si intende lo stock di beni strumentali (macchinari, impianti, infrastrutture, ecc) che entra nella produzione di qualsiasi bene o servizio. I fattori produttivi materiali impiegati per la produzione sono lavoro e capitale. Il primo viene remunerato dal salario, il secondo dal tasso di interesse. Gli investimenti servono da un lato a mantenere lo stock di capitale esistente (ed evitarne quindi il deprezzamento dovuto, ad esempio, alla scarsa manutenzione), dall’altro ad ampliarlo, per assicurare un maggiore livello quantitativo e qualitativo della produzione. Il servizio idrico integrato è un settore ad alta intensità di capitale: significa che gli investimenti (acquedotti, impianti di depurazione, tubature la distribuzione dell’acqua, fognature) sono una componente preponderante per lo svolgimento del servizio.

È vero che non esiste alcun collegamento fra la remunerazione adeguata del capitale investito garantita e «logiche di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio»?

L’errore concettuale del secondo referendum può forse venire finalmente compreso se si immagina cosa accadrebbe se il quesito proponesse di abolire la remunerazione del lavoro, e non del capitale. Vorrebbe dire che la tariffa del servizio idrico non potrebbe coprire i costi rappresentati dallo stipendio dei lavoratori dell’azienda di servizio pubblico locale (inteso ovviamente come stipendio lordo, più contributi e altri oneri sociali). Facile immaginare che quell’azienda farebbe notevole fatica a trovare personale disposto a lavorare, sapendo di non essere nelle condizioni di far coprire dal prezzo di vendita (=la tariffa) il costo del lavoro. Il ragionamento nel caso del capitale è esattamente identico. Se passasse il secondo referendum, il costo sostenuto dall’azienda (pubblica o privata che sia) per realizzare gli impianti necessari a portare l’acqua in ogni casa non potrebbe essere coperto dalla tariffa. Ne deriverebbe una difficoltà oggettiva a reperire i capitali per costruire tubi e impianti di qualità.

Chi decide il livello di investimento?

Il livello degli investimenti non viene deciso dalle aziende affidatarie del servizio (pubbliche o private che siano), ma dalla Agenzie di Ambito territoriale ottimale (AATO), un organismo composto dai sindaci dei Comuni facenti parte del bacino territoriale di riferimento. Che l’azienda sia comunale o sia una potente multinazionale americana, sono le Agenzie d’ambito a decidere quanti e quali investimenti si devono fare sul territorio, e a controllarne l’effettiva realizzazione. Se ci sono mancanze in questi aspetti, allora è un problema del pubblico, non del privato. Invece di spargere disinformazione, occorrerebbe impegnarsi per ideare un disegno istituzionale ancora più avanzato, per rafforzare il ruolo della regolazione pubblica, ora che le ATO sono in via di abolizione.

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