Dei 4 referendum che ci saranno il prossimo 12-13 giugno, quanti sono capiti e compresi dagli italiani medi (signon Mario e signora Gina)?
Su questioni così complesse l’uso del mezzo referendario è decisamente antidemocratico. Andrebbe aumentato a 5 milioni il numero minimo delle firme necessarie per impedire simili sprechi di denaro pubblico e ancora peggio, per chiedere se vuoi pagare di più, millantando una riduzione dei costi.
Praticamente non c’è stato contraddittorio: solamente i favorevoli al sì hanno parlato. Forse chi ne capisce di economia ed energia ha capito che la questione è talmente complessa che non vale la pena nemmeno tentare di spiegare come stanno le cose.
Qualcuno prova a spiegarci il senso assurdo dei referendum
Interessante questi articoli:
http://www.chicago-blog.it/2011/06/07/signora-gina-carissima-gliela-do-io-lacqua-di-m-nicolazzi/
http://www.chicago-blog.it/2011/06/09/riflessioni-sul-referendum-per-la-politica-nucleare/
http://www.chicago-blog.it/2011/06/08/referendum-sul-nucleare-abrogativo-o-consultivo/
In più, come ha brillantemente notato Giovanni Guzzetta, adesso l’elettore è chiamato a pronunciarsi sull’abrogazione della norma che sospende il nucleare fino all’acquisizione di nuove evidenze scientifiche. Sì, ma l’abrogazione della norma comporta che al nucleare non si torni più comunque, o che ci si possa ad esso tornare senza acquisire evidenze scientifiche? Sembra paradossale, ma il rebus è ben complicato!Da: http://www.ilricostituente.it/2011/06/06/06-06-2011-referendum-e-sai-cosa-voti/
Il primo effetto di un eventuale esito positivo della consultazione sarà la rinascita dell’in house e una nuova stagione di aziende pubbliche a tutto campo. Nell’acqua, poi, l’esito sarà ancora più devastante perché il secondo quesito impone la cancellazione della tariffa idrica che premia il capitale investito con una remunerazione codificata. L’Italia paga già la tariffa idrica più bassa d’Europa che incentiva lo spreco e frena investimenti, impianti ambientali (depurazione) e innovazione nella qualità del servizio. Abolita quella norma, che per altro tutela il principio europeo (direttiva Ue 2000/60) e ambientalista di una tariffa full cost recovery (copertura integrale dei costi), saranno cancellate anche le gestioni pubbliche imprenditoriali più dinamiche per lasciare il posto solo ad aziende pubbliche vecchio stampo, costrette a finanziare gli investimenti con risorse pubbliche sempre meno disponibili.
Da: http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2011-05-29/segnale-forte-referendum-indebolire-203142.shtml
Con l’impostazione del decreto Ronchi è facile che una ristrutturazione del servizio di questo tipo provochi nel breve periodo un aumento delle tariffe. Nel momento in cui non c’è più il pubblico a sovvenzionare la distribuzione dell’acqua coprendo le perdite è prevedibile che i maggiori costi si riverseranno sulle tariffe. Questa situazione però non dipende dai profitti bensì dalla necessità di remunerare gli investimenti. Infatti si verificherà anche con il pubblico nel momento in cui lo scenario del debito impedirà più di oggi di ricoprire i disavanzi di gestione.
Il costo degli investimenti e della manutenzione in qualche modo lo pagheremo: in modo visibile, attraverso le tariffe se seguiremo un modello concorrenziale non sovvenzionato; o in modo invisibile attraverso le tasse e i meccanismi di compensazione se vincerà l’approccio proposto dal comitato dei referendum.
Ogni agente ha i suoi pro e i suoi contro, privato, pubblico e terzo settore. Se scegliamo di tornare esclusivamente al pubblico, per almeno 15 anni ci precluderemo ogni alternativa.
C’è un’altra importante questione da evidenziare. Scegliere la concorrenza è per i “politici” una scelta difficile, perchè è un sistema che premia il merito e le capacità. Ecco che allora cercano di garantirsi lo stipendio nell’unico modo che conoscono da sempre, e cioè quello di occupare le poltrone disponibili nei consigli di amministrazione di società pubbliche e nel caso crearne di nuove.
http://www.libertiamo.it/2011/05/24/lacqua-privata-e-un-equivoco-montato-ad-arte/
È vero, l’acqua scende dal cielo, ma per utilizzarla al meglio occorrono investimenti anche rilevanti. Se questi investimenti li fa lo Stato o i Comuni, li pagano tutti i cittadini attraverso la fiscalità generale, se li fanno i privati li pagano lo stesso i cittadini, ma almeno in parte attraverso una politica tariffaria che premi l’efficienza e la razionalità degli interventi.
In realtà, la proprietà della risorsa idrica non viene messa in discussione dalla legge, ma questo è addirittura banale. Ciò che conta davvero è che la legge non mette in discussione neppure la natura pubblica del servizio, l’universalità dell’accesso, il diritto soggettivo dei cittadini a riceverlo a condizioni accessibili: la responsabilità della fornitura continua a essere pubblica e sono i piani di gestione approvati da soggetti pubblici a decidere quali servizi offrire, quanti investimenti fare, quali obiettivi di miglioramento perseguire. L’eventuale coinvolgimento del privato è una scelta che si può descrivere così: il “condominio cittadino” ha bisogno di un idraulico per far funzionare il sistema di servizio, e deve decidere se assumerne direttamente uno alle sue dipendenze (affidamento “in house”) oppure affidare il compito a un professionista esterno. La legge non richiede che il professionista esterno sia un privato, ma richiede che la scelta venga effettuata tramite una gara pubblica. L’idraulico, chiunque esso sia (azienda pubblica o azienda privata), non è e non sarà mai il “padrone dell’acqua”: l’acqua appartiene ai cittadini, le infrastrutture appartengono ai cittadini, le modalità di accesso alle infrastrutture per approvvigionarsi del bene essenziale sono decise dal soggetto pubblico, le tariffe sono approvate dal soggetto pubblico. L’idraulico ha solo il compito di recapitarci l’acqua a casa, con le caratteristiche qualitative richieste affinché la possiamo usare e poi riprenderla per restituirla all’ambiente. Però, l’idraulico costa: il vincolo per il comune, qualunque modello scelga, è che le tariffe pagate dai cittadini coprano questi costi.
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I referendari pensano all’acqua, però l’abrogazione della legge riporterebbe in vigore le normative pre-vigenti non solo per i servizi idrici, ma anche per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, i trasporti locali, eccetera. Secondo quelle normative, la possibilità di affidamento dei servizi “in house”, al di fuori di un chiaro quadro di regolazione, era assai più ampia. L’articolo 23-bis, infatti limita l’affidamento “in house” a “situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato”. In ogni caso, la legge che col referendum si potrebbe abrogare richiede che la scelta dell’affidamento “in house” vada motivata e trasmessa con una relazione all’Antitrust e all’autorità di settore (se esiste) che devono esprimere un parere (purtroppo non vincolante). Qualcuno, facendo spallucce, dice che, per i settori diversi dall’acqua, si potrebbe intervenire nuovamente ad abrogazione eventualmente avvenuta. Ma il quesito referendario riguarda un intero articolo di legge, che si occupa di tutti i servizi pubblici locali. Dovessero vincere i sì, la manifesta volontà degli elettori riguarderebbe tutti i servizi e non solo l’acqua. Perché il legislatore dovrebbe rispettare l’esito del referendum per l’acqua e tradirlo per altri settori?
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002313.html
http://www.scribd.com/doc/55312143/Referendum-sull-acqua-tutte-le-bugie
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