Secondo i NOTAV il trasporto su camion è quello che inquina meno

Avete letto questo “documento” ripreso da moltissimi altri siti?

Pro Natura Piemonte
ALTRE 150 BREVI RAGIONI TECNICHE CONTRO IL TAV IN VAL DI SUSA
Per i 150 anni dell’ Unità d’ Italia
(di Mario Cavargna, Presidente di Pro Natura Piemonte e master di ingegneria ambientale)

http://www.pro-natura.it/torino/pdf/150ragionitav.pdf

Il numero 19 afferma:

19) Una ricerca svolta all’Università di Siena da M. Federici e continuata da M.V. Chester e A. Horvarth sottolinea che “Il trasporto ferroviario è peggiore del trasporto stradale per le emissioni di CO2, particolato ed SOx, mentre sono confrontabili i valori di altre specie gassose. Il TAV mostra valori sistematicamente peggiori del trasporto ferroviario classico e la causa è da ricercarsi nella eccessiva infrastrutturazione del TAV e nella eccessiva potenza dei treni: un TAV emette il 26% di CO2 in più rispetto ad un treno classico ed il 270% in più rispetto ad un camion. Quindi da un punto di vista energetico ambientale il trasferimento delle merci dalla gomma il TAV non trova nessuna giustificazione. Questi risultati, relativi al tratto Bologna-Firenze, sono assolutamente applicabili anche al progetto della Val di Susa, in entrambi i casi si tratta di opere assolutamente sproporzionate ed ingiustificate rispetto al carico di trasporto che possono avere.”

La TAV emette il 26% in più del treno normale.

La TAV emette il 270% in meno del trasporto su camion.

Se quindi per trasportare con la TAV consumo 100, con il treno consumo:

Ctav=1,26*Ctreno --> Ctreno = 100/1.26 = 79.4
Ctav=2,70*Ccamion --> Ccamion = 100/2.7 = 37

Quindi il trasporto su camion è, secondo i NOTAV, la forma di trasporto più rispettosa dell’ambiente.

Qualcosa non mi torna.

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Vendola si scontra con la realtà

Vendola, grande sostenitore dei 4 sì al referendum si scontra con la realtà. Non aveva mai pensato a come si gestisce una cosa reale quale può essere un acquedotto PRIMA del referendum? Probabilmente no.

Democraticamente non risponde alla domanda e stranamente la cosa non viene condivisa e ripresa in massa dai social network.

http://www.ecoblog.it/post/12784/puglia-nichi-vendola-rinnega-il-referendum-sullacqua-no-al-taglio-del-7

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/notizie/politica/2011/27-giugno-2011/nessun-taglio-bollette-acquavendola-cancella-referendum-tariffe-190961546847.shtml

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Referendum acqua: il parere di un professore di economia del PD

Ecco un bell’interevento del professore di economia Alessandro Petretto iscritto al Partito Democratico: http://jacopogiliberto.blog.ilsole24ore.com/correnti/2011/06/acqua-referendum-petretto-universit%C3%A0-firenze-no-al-referendum-s%C3%AC-agli-acquedotti-pubblici.html

l’inopportuno e fuorviante “referendum per l’acqua pubblica”: il punto di vista di un economista

di alessandro petretto

2. il 23-bis: aspetti positivi e negativi
il primo elemento positivo è l’aver ribadito come il meccanismo generale di affidamento del servizio sia la gara, in coerenza con la legislazione comunitaria che fissa questo “paletto” invalicabile. la gara per l’affidamento del servizio, fondata sulla massimizzazione multidimensionale del surplus degli utenti in condizioni di equilibrio finanziario, ha la finalità di elevare l’efficienza, tanto che costituisce una cerniera tra economicità della gestione e regolamentazione del servizio. e’ con questa tipologia di gara che si apportano più elevati benefici per l’utenza perché è quella che applica la logica della concorrenza per il mercato e la relativa contendibilità. viceversa, la semplice gara per la scelta del socio privato, non può, in linea di principio, essere assimilata alla gara per l’affidamento, se non adeguatamente integrata. in generale, infatti, ha la finalità di irrobustire finanziariamente l’impresa a maggioranza pubblica, tanto che la competizione in questa gara tendenzialmente si svolge sul sovraprezzo delle azioni ed è volta ad aumentare l’utile dell’azienda.
tenuto conto di questa non uniformità concettuale delle due tipologie di gara, l’art.15 (23-bis) stabilisce opportunamente che, affinché possano essere considerate forme alternative di affidamento, nella seconda, la scelta del socio privato debba avvenire “a doppio oggetto”, stabilendo non solo la qualifica di socio, ma anche l’individuazione di specifici compiti che lo coinvolgano nella massimizzazione del surplus. quindi il secondo elemento positivo della norma è quello di avere fatto chiarezza sulla seconda possibilità di affidamento che conduce ad una società mista pubblico-privata e l’operatività del socio spiega il vincolo che la sua partecipazione non possa essere inferiore al 40%.
altro elemento positivo è l’aver limitato e ridimensionato il ricorso all’affidamento in-house considerandolo una deroga da giustificare, di fronte all’autorità garante della concorrenza e del mercato, e legittimare, sulla base di elementi oggettivi riconducibili alla razionalità economico-industriale e al benessere della collettività. in effetti, l’affidamento diretto in-house ha principalmente assunto, in questi anni, il ruolo di espediente volto a mantenere impropriamente la gestione in mano pubblica di attività industriali.
un elemento negativo è invece associato al fatto che la norma è del tutto laconica in merito alle strutture di regolamentazione e di tutela dell’utenza, per cui la separazione tra responsabilità di gestione e di regolazione non è sostenuta dagli indispensabili elementi istituzionali. il fatto è che, affinché l’impianto regolatorio sia coerente con i criteri enunciati in queste note, occorre che applicazione definitiva dei criteri di affidamento, norme transitorie e definizione delle strutture della regolamentazione procedano congiuntamente di pari passo. abbandonare a se stesso lo snodo più delicato, quello appunto della separazione tra gestione e regolamentazione, rischia di mettere in discussione gli auspicati risultati positivi conseguibili con gli altri aspetti della riforma. tutto questo non si risolve però abolendo il 23-bis, ma correggendolo e integrandolo, pur con una battaglia non facile. a questo proposito l’istituzione dell’autorità con il recente decreto sullo sviluppo è un passo incerto e criticabile per la natura del nuovo istituto che non ha le necessarie caratteristiche di indipendenza e salienza. ma il ruolo di istituzioni indipendenti da politici e mercati, con mission tecniche e operative e obiettivi di efficienza, non è certamente nel feeling culturale del governo leghista-colbertiano.

3. la remunerazione del capitale come costo di opportunità
il quesito è frutto, nella migliore delle ipotesi, di una profonda incultura economica. la remunerazione del capitale investito è un costo alla stessa stregua delle materie prime, dei semilavorati e del costo del lavoro. può essere un costo effettivo se corrisponde al servizio del debito di un capitale preso a prestito, oppure può essere un costo di opportunità se è il socio che investe capitale proprio. un euro investito in un’iniziativa, ad esempio l’ammodernamento di un acquedotto, è un euro in meno in un’altra iniziativa, che può avere un valore sociale altrettanto valido. non remunerare questa componente può significare due cose: o l’investimento non viene effettuato o il costo è sostenuto al di fuori dell’impresa, in ultima analisi dai contribuenti. in quest’ultimo caso occorre aggiungere il costo della distorsione (per l’alterazione delle scelte economiche e per l’amministrazione finanziaria) provocata dalla tassazione necessaria o dal servizio del debito pubblico generato, che ricade sulle generazioni future, le quali come si sa non parteciperanno al referendum. in tal caso gli economisti dicono che, il costo marginale dei fondi pubblici è maggiore di uno, cioè l’euro destinato alla rete in realtà costa alla società più di un euro.
in definitiva parrebbe che la questione per il servizio idrico fosse proprio l’opposto, ovvero la remunerazione è mediamente insufficiente a richiamare capitale privato in partenariato, in grado di integrare o sostituire quello pubblico, estremamente costoso per la collettività, in una fase storica di risorse pubbliche fortemente limitate.
ma poi qual è il problema che sollevano i referendari? le tariffe, comprendendo la remunerazione del capitale investito, sono troppo alte? invero, le tariffe, se mai, sono in media troppo basse, tanto che danno luogo, a sprechi diffusi nell’uso dell’acqua da parte di famiglie, imprese industriali e agricole. perché mai un giovane e brillante professionista, nel fare una lunga doccia la mattina, non dovrebbe essere chiamato a pagare adeguatamente per questo consumo? e che dire delle facoltose signore che tengono sotto continua pressione potenti lavastoviglie? si può dimostrare come, per l’uso dell’acqua, siano ottimali tariffe mediamente alte, ma discriminate in modo da gravare maggiormente nelle ore di punta e sugli utenti industriali, e favorire solo le famiglie a basso reddito, per impedire fenomeni di diffusa affordability.
forse senza remunerare il capitale investito si vuole espungere il profitto (“normale” in questo caso, ma sempre destinato al diavolo!) dalle quote distributive dei ricavi del servizio. ma andremo a sostituirlo con la rendita di politici rent-seekers, non necessariamente meno rapaci dei capitalisti imprenditori. o forse questa remunerazione è più eticamente accogliibile di quella rivolta al profitto normale di un imprenditore, tra l’altro soggetto a un rischio che in economia va compensato?

4. una conclusione con un po’ di politica
sono iscritto fino dai primi tempi al partito democratico. pur pensandola come espresso in precedenza, cioè non in linea con la posizione ufficiale del partito, credo di rappresentare una posizione legittima e dignitosa, da rispettare e da non emarginare. un grande partito plurale deve ammettere voci discordanti su temi delicati come questo, tanto più che è forse l’unico che riconosce, come da recenti dichiarazioni dei responsabili di politica economica, nelle liberalizzazioni dei mercati un importante veicolo per la crescita.
amici più competenti di me in materia mi dicono che dietro il referendum c’è un movimento di sinistra che il pd non può non intercettare. e poi due si al referendum sono un no a berlusconi. curioso come questa sia la stessa risposta che mi veniva data quando obiettavo che non era proprio una grande idea salire sui tetti per esprimere solidarietà a categorie tra le quali una parte non insignificante aspirava semplicemente ad un ope-legis. grandi esponenti della sinistra riformista in italia e in europa non hanno fatto così in passato, i movimenti li hanno indirizzati, emancipati e infine convinti, sfidando l’impopolarità.
tornando all’acqua, se si guarda al risultato finale la posizione espressa in precedenza è senza dubbio riformista e progressista e potrei anche dire di sinistra. elevati investimenti, tutela ambientale, controllo dell’uso della risorsa, tariffe per la distribuzione all’utenza regolate e tali da garantire uguaglianza dell’accesso a tutte le categorie sociali sono esiti compatibili con un’organizzazione del servizio idrico integrato come quella delineata. in fondo il modello delle società miste toscane prova che il risultato è raggiungibile: sono imprese che devono solo crescere e rafforzarsi e ciò potrebbe bene accadere all’interno della nuova legislazione. l’assetto prefigurato si fonda su una struttura complessa e articolata, di non facile implementazione, e i ritardi in italia ne sono una prova, ma sono convinto che analoghi risultati non possano essere conseguiti con un’organizzazione fondata su un’azienda pubblica, monopolio verticalmente integrato, necessariamente piccola, collocata all’interno della pubblica amministrazione e soggetta alle pretese e alle appropriazioni tipiche della politica quando si fa imprenditrice. per avere esempi eclatanti basta sfogliare qualche quotidiano, sebbene non tutti.

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Scheda informativa quesiti sull’acqua di Massarutto

Vi propongo una slide riassuntiva e sufficientemente chiara anche per i non “esperti” del significato REALE dei 2 quesiti: http://jacopogiliberto.blog.ilsole24ore.com/files/scheda-informativa-referendum.pptx

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Anche Amici della Terra (Rosa Filippini) è per i 2 no

Amici della Terra contrasta il nucleare da anni. Rosa Filippini si è espressa per i 2 quesiti riguardanti l’acqua e con onestà intellettuale (difficile da trovare sui cartelloni pregni di facilissima demagogia) afferma che:

http://www.amicidellaterra.it/adt/index.php?option=com_content&view=article&id=1090:referendum-acqua-no-ai-comuni-gestori-ognuno-faccia-il-suo-mestiere-&catid=42:comunicati&Itemid=254

Ecco, il punto è proprio questo. Io sono convinta che i Comuni, (le istituzioni elette, in genere) debbano fare il loro mestiere che è la Politica. La Politica del territorio, la Politica delle acque, la Politica dei rifiuti, la Politica dei trasporti ecc. ecc. Queste Politiche non sono facili. Implicano elaborazione di indirizzi, confronto con i cittadini e con le organizzazioni sociali, attuazione attenta e non facilona, trasparenza delle decisioni, indizione di gare e scelta delle migliori condizioni di mercato. Implicano controlli, revisioni, corretta informazione del pubblico, adeguatezza delle nomine delle autorità di controllo e garanzia di indipendenza del loro operato. Implicano gestione del bilancio pubblico oculata e in pareggio. E’ questo che si chiede alle istituzioni pubbliche, ai nostri eletti. Non di fare gli idraulici, gli spazzini o gli autisti. A parte le battute, non si può nemmeno chieder loro di saper fare gli imprenditori di gestioni idriche o di depurazione. Perché dovrebbero? Non è il loro mestiere e non li abbiamo eletti per questo.

La legge non obbliga a scegliere i privati, ma obbliga ad affidare i servizi con gara, a scegliere il servizio migliore fra aziende che competono fra loro, ad evitare il più possibile gli affidamenti diretti che sono fonte di corruzione del mondo politico e che non consentono di migliorare i servizi perché, tanto, non c’è scelta. Le liberalizzazioni hanno (o dovrebbero avere) questo senso.

Se il SI ai referendum sull’acqua avrà la maggioranza sarà per motivi che non hanno niente a che fare con l’acqua. L’effetto conseguente sarà di tornare ai Comuni factotum. Forse, anche alle centrali pubbliche del latte.

Tornando all’onestà intellettuale, segnalo una curiosità: i più accesi sostenitori del referendum sull’acqua, che hanno tanta ostilità per i privati che gestiscono i servizi idrici (un campo dove le tariffe italiane sono le più basse d’Europa), sono gli stessi che hanno manifestato in difesa degli imprenditori delle rinnovabili elettriche (che godono degli incentivi statali più alti d’Europa). Una grande diversità d’atteggiamento. Eppure, anche l’acqua dovrebbe essere green economy, almeno quanto l’energia. Ma, evidentemente, i “cattivi privati” qualche volta sono “amici”.

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Vuoi che la qualità del tuo acquedotto diminuisca? Vota sì!

Link all’articolo 23.bis oggetto del Referendum: http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/referendum_giugno2011/art.23bis.pdf.

Continuamo, nel nostro piccolo, a fare informazione segnalando queste interessante riflessione di un docente di economia dell’Università di Bologna: http://www.linkiesta.it/se-vince-il-si-sull-acqua-non-ci-saranno-soldi-da-investire riporto alcuni interessanti passaggi.

Differenze tra Lavoro e Capitale

La legge oggetto di votazione abrogativa parla di “remunerazione del capitale investito”. Che cosa si intende esattamente per capitale investito?

Per “capitale investito” si intende lo stock di beni strumentali (macchinari, impianti, infrastrutture, ecc) che entra nella produzione di qualsiasi bene o servizio. I fattori produttivi materiali impiegati per la produzione sono lavoro e capitale. Il primo viene remunerato dal salario, il secondo dal tasso di interesse. Gli investimenti servono da un lato a mantenere lo stock di capitale esistente (ed evitarne quindi il deprezzamento dovuto, ad esempio, alla scarsa manutenzione), dall’altro ad ampliarlo, per assicurare un maggiore livello quantitativo e qualitativo della produzione. Il servizio idrico integrato è un settore ad alta intensità di capitale: significa che gli investimenti (acquedotti, impianti di depurazione, tubature la distribuzione dell’acqua, fognature) sono una componente preponderante per lo svolgimento del servizio.

È vero che non esiste alcun collegamento fra la remunerazione adeguata del capitale investito garantita e «logiche di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio»?

L’errore concettuale del secondo referendum può forse venire finalmente compreso se si immagina cosa accadrebbe se il quesito proponesse di abolire la remunerazione del lavoro, e non del capitale. Vorrebbe dire che la tariffa del servizio idrico non potrebbe coprire i costi rappresentati dallo stipendio dei lavoratori dell’azienda di servizio pubblico locale (inteso ovviamente come stipendio lordo, più contributi e altri oneri sociali). Facile immaginare che quell’azienda farebbe notevole fatica a trovare personale disposto a lavorare, sapendo di non essere nelle condizioni di far coprire dal prezzo di vendita (=la tariffa) il costo del lavoro. Il ragionamento nel caso del capitale è esattamente identico. Se passasse il secondo referendum, il costo sostenuto dall’azienda (pubblica o privata che sia) per realizzare gli impianti necessari a portare l’acqua in ogni casa non potrebbe essere coperto dalla tariffa. Ne deriverebbe una difficoltà oggettiva a reperire i capitali per costruire tubi e impianti di qualità.

Chi decide il livello di investimento?

Il livello degli investimenti non viene deciso dalle aziende affidatarie del servizio (pubbliche o private che siano), ma dalla Agenzie di Ambito territoriale ottimale (AATO), un organismo composto dai sindaci dei Comuni facenti parte del bacino territoriale di riferimento. Che l’azienda sia comunale o sia una potente multinazionale americana, sono le Agenzie d’ambito a decidere quanti e quali investimenti si devono fare sul territorio, e a controllarne l’effettiva realizzazione. Se ci sono mancanze in questi aspetti, allora è un problema del pubblico, non del privato. Invece di spargere disinformazione, occorrerebbe impegnarsi per ideare un disegno istituzionale ancora più avanzato, per rafforzare il ruolo della regolazione pubblica, ora che le ATO sono in via di abolizione.

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Agli italiani piace farsi del male? Lo sapremo solo dopo il referendum

Dei 4 referendum che ci saranno il prossimo 12-13 giugno, quanti sono capiti e compresi dagli italiani medi (signon Mario e signora Gina)?

Su questioni così complesse l’uso del mezzo referendario è decisamente antidemocratico. Andrebbe aumentato a 5 milioni il numero minimo delle firme necessarie per impedire simili sprechi di denaro pubblico e ancora peggio, per chiedere se vuoi pagare di più, millantando una riduzione dei costi.

Praticamente non c’è stato contraddittorio: solamente i favorevoli al sì hanno parlato. Forse chi ne capisce di economia ed energia ha capito che la questione è talmente complessa che non vale la pena nemmeno tentare di spiegare come stanno le cose.

Qualcuno prova a spiegarci il senso assurdo dei referendum

Interessante questi articoli:

http://www.corriere.it/editoriali/11_giugno_09/mucchetti-demagogia-su-acqua-editoriale_67c19fd0-9256-11e0-92af-982eb6e0ff41.shtml

http://www.chicago-blog.it/2011/06/07/signora-gina-carissima-gliela-do-io-lacqua-di-m-nicolazzi/

http://www.chicago-blog.it/2011/06/09/riflessioni-sul-referendum-per-la-politica-nucleare/

http://www.chicago-blog.it/2011/06/08/referendum-sul-nucleare-abrogativo-o-consultivo/

In più, come ha brillantemente notato Giovanni Guzzetta, adesso l’elettore è chiamato a pronunciarsi sull’abrogazione della norma che sospende il nucleare fino all’acquisizione di nuove evidenze scientifiche. Sì, ma l’abrogazione della norma comporta che al nucleare non si torni più comunque, o che ci si possa ad esso tornare senza acquisire evidenze scientifiche? Sembra paradossale, ma il rebus è ben complicato!Da: http://www.ilricostituente.it/2011/06/06/06-06-2011-referendum-e-sai-cosa-voti/

Il primo effetto di un eventuale esito positivo della consultazione sarà la rinascita dell’in house e una nuova stagione di aziende pubbliche a tutto campo. Nell’acqua, poi, l’esito sarà ancora più devastante perché il secondo quesito impone la cancellazione della tariffa idrica che premia il capitale investito con una remunerazione codificata. L’Italia paga già la tariffa idrica più bassa d’Europa che incentiva lo spreco e frena investimenti, impianti ambientali (depurazione) e innovazione nella qualità del servizio. Abolita quella norma, che per altro tutela il principio europeo (direttiva Ue 2000/60) e ambientalista di una tariffa full cost recovery (copertura integrale dei costi), saranno cancellate anche le gestioni pubbliche imprenditoriali più dinamiche per lasciare il posto solo ad aziende pubbliche vecchio stampo, costrette a finanziare gli investimenti con risorse pubbliche sempre meno disponibili.

Da: http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2011-05-29/segnale-forte-referendum-indebolire-203142.shtml

Con l’impostazione del decreto Ronchi è facile che una ristrutturazione del servizio di questo tipo provochi nel breve periodo un aumento delle tariffe. Nel momento in cui non c’è più il pubblico a sovvenzionare la distribuzione dell’acqua coprendo le perdite è prevedibile che i maggiori costi si riverseranno sulle tariffe. Questa situazione però non dipende dai profitti bensì dalla necessità di remunerare gli investimenti. Infatti si verificherà anche con il pubblico nel momento in cui lo scenario del debito impedirà più di oggi di ricoprire i disavanzi di gestione.

Il  costo degli investimenti e della manutenzione in qualche modo lo pagheremo: in modo visibile, attraverso le tariffe se seguiremo un modello concorrenziale non sovvenzionato; o in modo invisibile attraverso le tasse e i meccanismi di compensazione se vincerà l’approccio proposto dal comitato dei referendum.

Ogni agente ha i suoi pro e i suoi contro, privato, pubblico e terzo settore. Se scegliamo di tornare esclusivamente al pubblico, per almeno 15 anni ci precluderemo ogni alternativa.

C’è un’altra importante questione da evidenziare. Scegliere la concorrenza è per i “politici” una scelta difficile, perchè è un sistema che premia il merito e le capacità. Ecco che allora cercano di garantirsi lo stipendio nell’unico modo che conoscono da sempre, e cioè quello di occupare le poltrone disponibili nei consigli di amministrazione di società pubbliche e nel caso crearne di nuove.

http://www.libertiamo.it/2011/05/24/lacqua-privata-e-un-equivoco-montato-ad-arte/

È vero, l’acqua scende dal cielo, ma per utilizzarla al meglio occorrono investimenti anche rilevanti. Se questi investimenti li fa lo Stato o i Comuni, li pagano tutti i cittadini attraverso la fiscalità generale, se li fanno i privati li pagano lo stesso i cittadini, ma almeno in parte attraverso una politica tariffaria che premi l’efficienza e la razionalità degli interventi.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2011/5/16/LETTURE-Le-ideologie-e-i-falsi-miti-che-inquinano-il-referendum-sull-acqua/176617/

In realtà, la proprietà della risorsa idrica non viene messa in discussione dalla legge, ma questo è addirittura banale. Ciò che conta davvero è che la legge non mette in discussione neppure la natura pubblica del servizio, l’universalità dell’accesso, il diritto soggettivo dei cittadini a riceverlo a condizioni accessibili: la responsabilità della fornitura continua a essere pubblica e sono i piani di gestione approvati da soggetti pubblici a decidere quali servizi offrire, quanti investimenti fare, quali obiettivi di miglioramento perseguire. L’eventuale coinvolgimento del privato è una scelta che si può descrivere così: il “condominio cittadino” ha bisogno di un idraulico per far funzionare il sistema di servizio, e deve decidere se assumerne direttamente uno alle sue dipendenze (affidamento “in house”) oppure affidare il compito a un professionista esterno. La legge non  richiede che il professionista esterno sia un privato, ma richiede che la scelta venga effettuata tramite una gara pubblica. L’idraulico, chiunque esso sia (azienda pubblica o azienda privata), non è e non sarà mai il “padrone dell’acqua”: l’acqua appartiene ai cittadini, le infrastrutture appartengono ai cittadini, le modalità di accesso alle infrastrutture per approvvigionarsi del bene essenziale sono decise dal soggetto pubblico, le tariffe sono approvate dal soggetto pubblico. L’idraulico ha solo il compito di recapitarci l’acqua a casa, con le caratteristiche qualitative richieste affinché la possiamo usare e poi riprenderla per restituirla all’ambiente. Però, l’idraulico costa: il vincolo per il comune, qualunque modello scelga, è che le tariffe pagate dai cittadini coprano questi costi.

[...]

I referendari pensano all’acqua, però l’abrogazione della legge riporterebbe in vigore le normative pre-vigenti non solo per i servizi idrici, ma anche per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, i trasporti locali, eccetera. Secondo quelle normative, la possibilità di affidamento dei servizi “in house”, al di fuori di un chiaro quadro di regolazione, era assai più ampia. L’articolo 23-bis, infatti limita l’affidamento “in house” a “situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato”. In ogni caso, la legge che col referendum si potrebbe abrogare richiede che la scelta dell’affidamento “in house” vada motivata e trasmessa con una relazione all’Antitrust e all’autorità di settore (se esiste) che devono esprimere un parere (purtroppo non vincolante). Qualcuno, facendo spallucce, dice che, per i settori diversi dall’acqua, si potrebbe intervenire nuovamente ad abrogazione eventualmente avvenuta. Ma il quesito referendario riguarda un intero articolo di legge, che si occupa di tutti i servizi pubblici locali. Dovessero vincere i sì, la manifesta volontà degli elettori riguarderebbe tutti i servizi e non solo l’acqua. Perché il legislatore dovrebbe rispettare l’esito del referendum per l’acqua e tradirlo per altri settori?

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002313.html

http://www.scribd.com/doc/55312143/Referendum-sull-acqua-tutte-le-bugie

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Leonardo Blog

Segnalo questo interessante e provocante blog: http://leonardo.blogspot.com/

“Ma no, sciocco, intendevo in senso figurato. Cala le braghe, accetta qualsiasi richiesta ti chiederanno. Non possiamo assolutamente permetterci di perderla, la Libia. È fondamentale”.
“Sì, presidente, infatti mi aveva già…”
“Non è solo il petrolio. Ma comunque è anche quello. Con i rincari che ci sono in giro io non posso passare alla storia come quello che si è fatto soffiare il petrolio dietro casa. E poi c’è il discorso gas. Certo, abbiamo pur sempre quello di Putin…”
“Riguardo al gas, presidente…”
“Però, se poi domani casca Putin? Non si può mai sapere, mai. Anche Gheddafi sembrava immortale, e adesso guardalo. No, no, la Libia ci serve, costi quel che costi. Non tanto per gas e petrolio, quanto per il discorso respingimenti”.
“Beh, presidente, anche per quanto riguarda i respingimenti, io…”
“Che è una cosa fondamentale, capisci, tizio, l’Italia la governi se sei in grado di nascondere sotto il tappeto i problemi, e noi con Gheddafi avevamo fatto un affarone, gli mollavamo tutti i derelitti del mediterraneo, e lui li faceva sparire nel deserto che era un piacere. Un servizio così, chi ce lo farà più…”
“Ma vede, appunto…”
“Appunto, cala le braghe. Tutto quel che vogliono. Per dire, vogliono una moschea a Roma? Io gliela faccio anche a Roma, non guardo in faccia a nessuno”
“Presidente, in realtà, una moschea, a Roma…”
“Ratzinger s’incazza? E lascia che si scazzi, Ratzinger, mica mi fa il pieno di benzina, Ratzinger, mica se li può prendere Ratzinger i barconi. Senti, tu a questi nuovi colonnelli libici digli che se hanno figli in età giusta glieli faccio giocare in serie A, ma mica nel Perugia, stavolta, digli che li metto in rosa al Milan, non c’è veramente problema”.
“Presidente…”
“E buona fortuna, ché ne avrai bisogno”.
“Fortuna? Perché, presidente?”
“Ma che domande, per il viaggio che stai per fare, nella Libia sconvolta dalla guerra civile…”
“Ma io ci sono già stato in Libia, Presidente, sono tornato l’altro ieri”.
“Ah sì? Ma scusa, chi ti aveva briffato?”
“Ma lei, Presidente, la settimana scorsa. E mi aveva detto più o meno le stesse cose”.
“Di calare le braghe?”
“Non aveva usato proprio la stessa espressione, ma il senso era quello”.
“E quindi sei già tornato”.
“Sì, probabilmente lei mi ha fatto chiamare per sapere com’era andata. Anche se gliel’ho già spiegato ieri”.

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Perchè a Napoli no mentre a Padova sì?

Come mai a Padova gli inceneritori non uccidono le persone, i bambini, etc e non creano tutti i disagi che invece creano a Napoli?

Fonte: http://www.ipadovaoggi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1036:differenziata-e-inceneritore-per-salvarsi-dalla-sindrome-napoli-&catid=1:ultime-notizie&Itemid=106

A Napoli rifiuti per strada, a Padova in funzione la linea 3 dell’inceneritore. Sono due Italia diverse Napoli e Padova: lì montagne di rifiuti per strada, qui la differenziata al 45% e per il resto la terza linea dell’inceneritore.

“Padova ha raggiunto il 45% di raccolta differenziata e dal 2011 in alcuni quartieri partirà il porta a porta – spiega il vicesindaco Ivo Rossi – In questo modo entro il prossimo anno la percentuale di differenziata salirà al 52% consentendo a Padova di diventare prima tra le città con oltre 150mila abitanti”.

L’inceneritore di San Lazzaro è nato nel 1965. E’ stato ampliato una prima volta nel 1972 e oggi, 2010, con la costruzione della terza linea, costata oltre 100 milioni di euro. E’ in grado di bruciare circa 200mila tonnellate di rifiuti secchi l’anno rispondendo ai bisogni dell’intera provincia di Padova che sfiora il milione di abitanti.

Il presidente di Acegas Aps Cesare Pillon dice: “Quello di San Lazzaro è il miglior inceneritore d’Europa, dato che ha ricevuto tutte le certificazioni possibili in termini di qualità e di sicurezza. Inoltre, grazie alla capacità di produrre energia elettrica, a breve sarà in grado di coprire il consumo annuo di 60mila persone”.

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Attenzione, anche quando esci da una chiesa

Quanti minuti rimarrà in carcere? Quante ore passeranno prima di una nuova aggressione?

fonte: http://mattinopadova.gelocal.it/cronaca/2010/11/23/news/donna-aggredita-dopo-la-messa-arrestato-un-giovane-serbo-2806237

Importuna una venticinquenne all’uscita della basilica di Sant’Antonio, poi le salta addosso e tenta la violenza sessuale in via Belludi, i carabinieri lo arrestano dopo pochi minuti in centro

PADOVA. Violentata dopo la messa al Santo: è la brutta avventura capitata a una donna ieri sera a Padova. Ha avuto la forza di chiamare il 112 e i carabinieri sono riusciti ad arrestare Kqiraj Zef, 25enne originario del Montenegro.

Attorno alle 19 di ieri la donna, appena uscita dalla basilica di Sant’Antonio è stata avvicinata – poco distante dal sagrato della chiesa – dal giovane che, dopo averle rivolto pesanti apprezzamenti, l’ha seguita nonostante le ripetute intimazioni ad allontanarsi. In preda al panico, la donna ha tentato di raggiungere a passi veloci la sua autovettura, parcheggiata in Prato della Valle, ma in via Luca Belludi lo straniero l’ha bloccata, spingendola dietro un angolo, aggredendola alle spalle, e palpeggiandola violentemente nelle parti intime.

Con la forza della disperazione la vittima è riuscita a divincolarsi e ha chiedere l’intervento del 112 con il suo telefono cellulare. L’atteggiamento ha fatto desistere l’aggressore, chesi è dileguato in direzione del centro. Quando la gazzella dei carabinieri è giunta sul posto i militari hanno raccolto la testimonianza della giovane vittima, ancora in lacrime, che, nonostante il grave trauma subito, è riuscita a fornire una dettagliata descrizione del suo aggressore. E sono scattate immediatamente le ricerche.

Dopo qualche minuto i carabinieri hanno fermato un sospettato in via Roma che è stato subito dopo riconosciuto dalla vittima, senza ombra di dubbio, come l’autore della violenza sessuale. Constatato che al suo attivo risultava anche una denuncia per “molestia e disturbo alle persone”, il giovane serbo è arrestato e portato nel carcere Due Palazzi. Deve rispondere di violenza privata e violenza sessuale.

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