Ecco un bell’interevento del professore di economia Alessandro Petretto iscritto al Partito Democratico: http://jacopogiliberto.blog.ilsole24ore.com/correnti/2011/06/acqua-referendum-petretto-universit%C3%A0-firenze-no-al-referendum-s%C3%AC-agli-acquedotti-pubblici.html
l’inopportuno e fuorviante “referendum per l’acqua pubblica”: il punto di vista di un economista
di alessandro petretto
2. il 23-bis: aspetti positivi e negativi
il primo elemento positivo è l’aver ribadito come il meccanismo generale di affidamento del servizio sia la gara, in coerenza con la legislazione comunitaria che fissa questo “paletto” invalicabile. la gara per l’affidamento del servizio, fondata sulla massimizzazione multidimensionale del surplus degli utenti in condizioni di equilibrio finanziario, ha la finalità di elevare l’efficienza, tanto che costituisce una cerniera tra economicità della gestione e regolamentazione del servizio. e’ con questa tipologia di gara che si apportano più elevati benefici per l’utenza perché è quella che applica la logica della concorrenza per il mercato e la relativa contendibilità. viceversa, la semplice gara per la scelta del socio privato, non può, in linea di principio, essere assimilata alla gara per l’affidamento, se non adeguatamente integrata. in generale, infatti, ha la finalità di irrobustire finanziariamente l’impresa a maggioranza pubblica, tanto che la competizione in questa gara tendenzialmente si svolge sul sovraprezzo delle azioni ed è volta ad aumentare l’utile dell’azienda.
tenuto conto di questa non uniformità concettuale delle due tipologie di gara, l’art.15 (23-bis) stabilisce opportunamente che, affinché possano essere considerate forme alternative di affidamento, nella seconda, la scelta del socio privato debba avvenire “a doppio oggetto”, stabilendo non solo la qualifica di socio, ma anche l’individuazione di specifici compiti che lo coinvolgano nella massimizzazione del surplus. quindi il secondo elemento positivo della norma è quello di avere fatto chiarezza sulla seconda possibilità di affidamento che conduce ad una società mista pubblico-privata e l’operatività del socio spiega il vincolo che la sua partecipazione non possa essere inferiore al 40%.
altro elemento positivo è l’aver limitato e ridimensionato il ricorso all’affidamento in-house considerandolo una deroga da giustificare, di fronte all’autorità garante della concorrenza e del mercato, e legittimare, sulla base di elementi oggettivi riconducibili alla razionalità economico-industriale e al benessere della collettività. in effetti, l’affidamento diretto in-house ha principalmente assunto, in questi anni, il ruolo di espediente volto a mantenere impropriamente la gestione in mano pubblica di attività industriali.
un elemento negativo è invece associato al fatto che la norma è del tutto laconica in merito alle strutture di regolamentazione e di tutela dell’utenza, per cui la separazione tra responsabilità di gestione e di regolazione non è sostenuta dagli indispensabili elementi istituzionali. il fatto è che, affinché l’impianto regolatorio sia coerente con i criteri enunciati in queste note, occorre che applicazione definitiva dei criteri di affidamento, norme transitorie e definizione delle strutture della regolamentazione procedano congiuntamente di pari passo. abbandonare a se stesso lo snodo più delicato, quello appunto della separazione tra gestione e regolamentazione, rischia di mettere in discussione gli auspicati risultati positivi conseguibili con gli altri aspetti della riforma. tutto questo non si risolve però abolendo il 23-bis, ma correggendolo e integrandolo, pur con una battaglia non facile. a questo proposito l’istituzione dell’autorità con il recente decreto sullo sviluppo è un passo incerto e criticabile per la natura del nuovo istituto che non ha le necessarie caratteristiche di indipendenza e salienza. ma il ruolo di istituzioni indipendenti da politici e mercati, con mission tecniche e operative e obiettivi di efficienza, non è certamente nel feeling culturale del governo leghista-colbertiano.
3. la remunerazione del capitale come costo di opportunità
il quesito è frutto, nella migliore delle ipotesi, di una profonda incultura economica. la remunerazione del capitale investito è un costo alla stessa stregua delle materie prime, dei semilavorati e del costo del lavoro. può essere un costo effettivo se corrisponde al servizio del debito di un capitale preso a prestito, oppure può essere un costo di opportunità se è il socio che investe capitale proprio. un euro investito in un’iniziativa, ad esempio l’ammodernamento di un acquedotto, è un euro in meno in un’altra iniziativa, che può avere un valore sociale altrettanto valido. non remunerare questa componente può significare due cose: o l’investimento non viene effettuato o il costo è sostenuto al di fuori dell’impresa, in ultima analisi dai contribuenti. in quest’ultimo caso occorre aggiungere il costo della distorsione (per l’alterazione delle scelte economiche e per l’amministrazione finanziaria) provocata dalla tassazione necessaria o dal servizio del debito pubblico generato, che ricade sulle generazioni future, le quali come si sa non parteciperanno al referendum. in tal caso gli economisti dicono che, il costo marginale dei fondi pubblici è maggiore di uno, cioè l’euro destinato alla rete in realtà costa alla società più di un euro.
in definitiva parrebbe che la questione per il servizio idrico fosse proprio l’opposto, ovvero la remunerazione è mediamente insufficiente a richiamare capitale privato in partenariato, in grado di integrare o sostituire quello pubblico, estremamente costoso per la collettività, in una fase storica di risorse pubbliche fortemente limitate.
ma poi qual è il problema che sollevano i referendari? le tariffe, comprendendo la remunerazione del capitale investito, sono troppo alte? invero, le tariffe, se mai, sono in media troppo basse, tanto che danno luogo, a sprechi diffusi nell’uso dell’acqua da parte di famiglie, imprese industriali e agricole. perché mai un giovane e brillante professionista, nel fare una lunga doccia la mattina, non dovrebbe essere chiamato a pagare adeguatamente per questo consumo? e che dire delle facoltose signore che tengono sotto continua pressione potenti lavastoviglie? si può dimostrare come, per l’uso dell’acqua, siano ottimali tariffe mediamente alte, ma discriminate in modo da gravare maggiormente nelle ore di punta e sugli utenti industriali, e favorire solo le famiglie a basso reddito, per impedire fenomeni di diffusa affordability.
forse senza remunerare il capitale investito si vuole espungere il profitto (“normale” in questo caso, ma sempre destinato al diavolo!) dalle quote distributive dei ricavi del servizio. ma andremo a sostituirlo con la rendita di politici rent-seekers, non necessariamente meno rapaci dei capitalisti imprenditori. o forse questa remunerazione è più eticamente accogliibile di quella rivolta al profitto normale di un imprenditore, tra l’altro soggetto a un rischio che in economia va compensato?
4. una conclusione con un po’ di politica
sono iscritto fino dai primi tempi al partito democratico. pur pensandola come espresso in precedenza, cioè non in linea con la posizione ufficiale del partito, credo di rappresentare una posizione legittima e dignitosa, da rispettare e da non emarginare. un grande partito plurale deve ammettere voci discordanti su temi delicati come questo, tanto più che è forse l’unico che riconosce, come da recenti dichiarazioni dei responsabili di politica economica, nelle liberalizzazioni dei mercati un importante veicolo per la crescita.
amici più competenti di me in materia mi dicono che dietro il referendum c’è un movimento di sinistra che il pd non può non intercettare. e poi due si al referendum sono un no a berlusconi. curioso come questa sia la stessa risposta che mi veniva data quando obiettavo che non era proprio una grande idea salire sui tetti per esprimere solidarietà a categorie tra le quali una parte non insignificante aspirava semplicemente ad un ope-legis. grandi esponenti della sinistra riformista in italia e in europa non hanno fatto così in passato, i movimenti li hanno indirizzati, emancipati e infine convinti, sfidando l’impopolarità.
tornando all’acqua, se si guarda al risultato finale la posizione espressa in precedenza è senza dubbio riformista e progressista e potrei anche dire di sinistra. elevati investimenti, tutela ambientale, controllo dell’uso della risorsa, tariffe per la distribuzione all’utenza regolate e tali da garantire uguaglianza dell’accesso a tutte le categorie sociali sono esiti compatibili con un’organizzazione del servizio idrico integrato come quella delineata. in fondo il modello delle società miste toscane prova che il risultato è raggiungibile: sono imprese che devono solo crescere e rafforzarsi e ciò potrebbe bene accadere all’interno della nuova legislazione. l’assetto prefigurato si fonda su una struttura complessa e articolata, di non facile implementazione, e i ritardi in italia ne sono una prova, ma sono convinto che analoghi risultati non possano essere conseguiti con un’organizzazione fondata su un’azienda pubblica, monopolio verticalmente integrato, necessariamente piccola, collocata all’interno della pubblica amministrazione e soggetta alle pretese e alle appropriazioni tipiche della politica quando si fa imprenditrice. per avere esempi eclatanti basta sfogliare qualche quotidiano, sebbene non tutti.