Lo spreco del giorno

Sicilia, la Regione arruola 209 consulenti

La Regione arruola 209 consulenti: 200 euro al giorno per valutare i progetti finanziati dall’Ue. Motivo? “Personale sottodimensionato”. Con 20mila dipendenti…

[...]

Che poi, con un esercito di dipendenti a disposizione, si tratterebbe più di fare di virtù necessità. Ma meglio abbondare che scarseggiare, dicevamo. E così, ecco che il dipartimento dell’Istruzione e della Formazione di Palazzo d’Orleans ha pensato bene di “arruolare” 209 consulenti esterni per “la selezione delle proposte progettuali in materia di istruzione, formazione, lavoro ed inclusione sociale”.

In sostanza, questo nuove esercito di esperti dovrà occuparsi della valutazione dei progetti finanziati con le risorse dell’Unione europea, in particolare quelli relativi al Fondo sociale europeo (Fse). Un lavoro che verrà svolto in un numero imprecisato di sedute così come imprecisate sono le giornate necessarie. L’unica cosa scritta nero su bianco sul testo è la durata minima di quattro ore per un compenso giornaliero di 200 euro lordi, che diventa di 250 euro lordi se lo scrutinante risiede a più di 250 km dalla sede di svolgimento dell’incarico.[...]

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/interni/sicilia-regione-arruola-209-consulenti-847280.html

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Solo gli sprechi non conoscono la crisi: ancora soldi a pioggia per la Sicilia

Se le agenzie di rating dovessero giudicare l’efficacia degli sprechi italiani per la Regione Sicilia sarebbero in imbarazzo: cosa c’è di meglio di AAA+++?

L’italietta sta morendo, con sudore e sangue si riescono a risparmiare 4 soldi… e subito si buttano!

http://www.lastampa.it/2012/10/15/economia/sicilia-i-soldi-del-governo-per-preparare-le-elezioni-tJM4KkEU7FWn57kRYc0uOO/pagina.html

Ci sono pure 25 milioni per gli straordinari dei regionali. Nella busta paga di novembre, subito dopo le elezioni regionali, arriveranno somme comprese fra 150 e 600 euro, secondo la categoria cui il dipendente appartiene.

C’è un giallo per quel che riguarda il possibile finanziamento della cassa integrazione destinata a frenare l’emergenza rappresentata dalla Gesip, società partecipata dal Comune di Palermo, un carrozzone con 1.800 dipendenti, pronti a mettere sottosopra il capoluogo dell’Isola se rimarranno senza lavoro e soprattutto senza stipendio. Il sindaco, Leoluca Orlando, si era impegnato a far sbloccare la situazione fino a dicembre e sembrava quasi fatta, ma alla Regione, dove non amano molto il primo cittadino dipietrista, frenano.

[...]

Arrivano soldi a pioggia, ma anche i concorsi. Pure questi a pioggia. Scatta infatti la corsa ad entrare nelle graduatorie, per sperare poi in contratti a termine nelle Asp, aziende sanitarie provinciali, e negli ospedali.

Trenta graduatorie sta formando l’Asp di Siracusa, due quella di Enna e cinque il Civico di Palermo. Ci sono poi due bandi dell’Asp di Catania e uno di quella ennese, che mettono in palio 25 posti. L’Asp di Palermo mette in palio 81 posti da dirigente e avvia la formazione di altre 15 graduatorie: i bandi scadono il 22 ottobre. Il 28 e il 29 si vota.

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Incapace + vecchio = ottimo stipendo

Succede solo in Italia che lo stipendio sia direttamente proporzionale  alla tua incapacità e anzianità: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/28/generazione-perduta-e-generazione-fallita/335477/

Se le autorithy di vigilanza vantano i primati nella reiterazione dei mandati, spetta alle aziende di Stato la palma res per retribuzioni e superbonus. Alle Ferrovie, Giancarlo Cimoli, classe 1939, piazzato dal governo Prodi nel 1996 a risanare il gruppo dopo l’era di tangentopoli e di Lorenzo Necci, va via nel 2004 intascando un assegno di addio da 6,7 milioni di euro e lasciando i conti in rosso per 125 milioni. Un buco che per il governo Berlusconi vale la poltrona della claudicante Alitalia dove, pur arrivando decisamente lontano dagli obiettivi di risanamento, Cimoli incassa un’altra buonuscita. Da 3 milioni. Peggio di lui, in termini di risultato di gestione, fa il suo successore alle Ferrovie, il 66enne Elio Catania, che nel 2005 chiude il bilancio delle Fs in negativo per 465 milioni. Si dimette l’anno successivo quando il rosso ha ormai raggiunto e superato quota 2 miliardi su richiesta del Ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa. Ma anche lui, come Cimoli, intasca una buonuscita (7 milioni) inversamente proporzionale ai risultati ottenuti

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7 nuovi assunti in Regione Sicilia con 150 € di indennità per chi usa il computer

Alla faccia dei tagli. Il magico generatore di posti di lavoro che risponde al nome di Regione Sicilia ha creato 7 nuovi, indispensabili ed efficienti posti di lavoro: 7 nuove assunzioni in Sicilia.

Alla faccia della spending review: l’assemblea regionale siciliana ha appena assunto 7 persone, che lavoravano alle dipendenze dei partiti e che d’ora in avanti saranno a tutti gli effetti dipendenti pubblici (come se la Sicilia, con oltre 20mila dipendenti, il triplo della Lombardia ne avesse bisogno). Si tratta di addetti stampa, autisti e segretari: tre sono in quota al Pd, due al Pdl e due al Mpa per la nota regola che quando si tratta di buttare via il denaro dei contribuenti i partiti vanno tutti d’amore e d’accordo. Fra di loro anche l’ex segretaria del presidente dell’assemblea regionale, Francesco Cascio. Tutti godranno di stipendi piuttosto ricchi, oltre a bonus e indennità speciali (c’è pure l’indennità da 150 euro se lavorano al computer…)

Non ci voglio credere! 150 € di indennità per chi lavora al computer? Non ci voglio credere!

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Il magna magna dell’ISA (Istituto per lo Sviluppo Agroalimentare)

Altro magna magna all’itaggliana. L’ISA è un enta che spende 5 M€ per finanziare (mission teorica) le imprese agro-alimentare che in realtà finisce per arricchire i soliti dirigenti amici di amici o parenti di parenti.

Gli sprechi dell’ISA: link alla notizia.

All’Isa, infatti, ci sono 34 dipendenti (4 dirigenti, 16 quadri e 13 impiegati) e per i loro stipendi, più quelli di 7 collaboratori a progetto e dei vertici dell’Istituto, lo Stato paga ogni anno 5 milioni e 721 mila euro. Cioè una media di oltre 100 mila euro l’anno a compenso. L’obiettivo della società, con un capitale di 300 milioni, è quello di promuovere lo sviluppo agroindustriale con prestiti a tassi vantaggiosi per le imprese che possono restituirli in 10 anni. Una volta questo compito era svolto da Sviluppo Italia ma per volontà dell’allora ministro Gianni Alemanno poteri e soldi furono trasferiti sotto il controllo diretto del ministero di via Cristoforo Colombo. Che però finanzia una media di 20 milioni l’anno a una platea evidentemente ristretta di fruitori. “Le aziende che avrebbero bisogno di questo tipo di incentivi sono almeno 2500 – spiega il responsabile Agricoltura dell’Idv, Ignazio Messina – ma fonti interne all’istituto mi hanno confermato che quest’anno per ora gli interventi finanziati sono solo 3. Una situazione che grida vendetta”.

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Secondo i NOTAV il trasporto su camion è quello che inquina meno

Avete letto questo “documento” ripreso da moltissimi altri siti?

Pro Natura Piemonte
ALTRE 150 BREVI RAGIONI TECNICHE CONTRO IL TAV IN VAL DI SUSA
Per i 150 anni dell’ Unità d’ Italia
(di Mario Cavargna, Presidente di Pro Natura Piemonte e master di ingegneria ambientale)

http://www.pro-natura.it/torino/pdf/150ragionitav.pdf

Il numero 19 afferma:

19) Una ricerca svolta all’Università di Siena da M. Federici e continuata da M.V. Chester e A. Horvarth sottolinea che “Il trasporto ferroviario è peggiore del trasporto stradale per le emissioni di CO2, particolato ed SOx, mentre sono confrontabili i valori di altre specie gassose. Il TAV mostra valori sistematicamente peggiori del trasporto ferroviario classico e la causa è da ricercarsi nella eccessiva infrastrutturazione del TAV e nella eccessiva potenza dei treni: un TAV emette il 26% di CO2 in più rispetto ad un treno classico ed il 270% in più rispetto ad un camion. Quindi da un punto di vista energetico ambientale il trasferimento delle merci dalla gomma il TAV non trova nessuna giustificazione. Questi risultati, relativi al tratto Bologna-Firenze, sono assolutamente applicabili anche al progetto della Val di Susa, in entrambi i casi si tratta di opere assolutamente sproporzionate ed ingiustificate rispetto al carico di trasporto che possono avere.”

La TAV emette il 26% in più del treno normale.

La TAV emette il 270% in meno del trasporto su camion.

Se quindi per trasportare con la TAV consumo 100, con il treno consumo:

Ctav=1,26*Ctreno --> Ctreno = 100/1.26 = 79.4
Ctav=2,70*Ccamion --> Ccamion = 100/2.7 = 37

Quindi il trasporto su camion è, secondo i NOTAV, la forma di trasporto più rispettosa dell’ambiente.

Qualcosa non mi torna.

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Vendola si scontra con la realtà

Vendola, grande sostenitore dei 4 sì al referendum si scontra con la realtà. Non aveva mai pensato a come si gestisce una cosa reale quale può essere un acquedotto PRIMA del referendum? Probabilmente no.

Democraticamente non risponde alla domanda e stranamente la cosa non viene condivisa e ripresa in massa dai social network.

http://www.ecoblog.it/post/12784/puglia-nichi-vendola-rinnega-il-referendum-sullacqua-no-al-taglio-del-7

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/notizie/politica/2011/27-giugno-2011/nessun-taglio-bollette-acquavendola-cancella-referendum-tariffe-190961546847.shtml

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Referendum acqua: il parere di un professore di economia del PD

Ecco un bell’interevento del professore di economia Alessandro Petretto iscritto al Partito Democratico: http://jacopogiliberto.blog.ilsole24ore.com/correnti/2011/06/acqua-referendum-petretto-universit%C3%A0-firenze-no-al-referendum-s%C3%AC-agli-acquedotti-pubblici.html

l’inopportuno e fuorviante “referendum per l’acqua pubblica”: il punto di vista di un economista

di alessandro petretto

2. il 23-bis: aspetti positivi e negativi
il primo elemento positivo è l’aver ribadito come il meccanismo generale di affidamento del servizio sia la gara, in coerenza con la legislazione comunitaria che fissa questo “paletto” invalicabile. la gara per l’affidamento del servizio, fondata sulla massimizzazione multidimensionale del surplus degli utenti in condizioni di equilibrio finanziario, ha la finalità di elevare l’efficienza, tanto che costituisce una cerniera tra economicità della gestione e regolamentazione del servizio. e’ con questa tipologia di gara che si apportano più elevati benefici per l’utenza perché è quella che applica la logica della concorrenza per il mercato e la relativa contendibilità. viceversa, la semplice gara per la scelta del socio privato, non può, in linea di principio, essere assimilata alla gara per l’affidamento, se non adeguatamente integrata. in generale, infatti, ha la finalità di irrobustire finanziariamente l’impresa a maggioranza pubblica, tanto che la competizione in questa gara tendenzialmente si svolge sul sovraprezzo delle azioni ed è volta ad aumentare l’utile dell’azienda.
tenuto conto di questa non uniformità concettuale delle due tipologie di gara, l’art.15 (23-bis) stabilisce opportunamente che, affinché possano essere considerate forme alternative di affidamento, nella seconda, la scelta del socio privato debba avvenire “a doppio oggetto”, stabilendo non solo la qualifica di socio, ma anche l’individuazione di specifici compiti che lo coinvolgano nella massimizzazione del surplus. quindi il secondo elemento positivo della norma è quello di avere fatto chiarezza sulla seconda possibilità di affidamento che conduce ad una società mista pubblico-privata e l’operatività del socio spiega il vincolo che la sua partecipazione non possa essere inferiore al 40%.
altro elemento positivo è l’aver limitato e ridimensionato il ricorso all’affidamento in-house considerandolo una deroga da giustificare, di fronte all’autorità garante della concorrenza e del mercato, e legittimare, sulla base di elementi oggettivi riconducibili alla razionalità economico-industriale e al benessere della collettività. in effetti, l’affidamento diretto in-house ha principalmente assunto, in questi anni, il ruolo di espediente volto a mantenere impropriamente la gestione in mano pubblica di attività industriali.
un elemento negativo è invece associato al fatto che la norma è del tutto laconica in merito alle strutture di regolamentazione e di tutela dell’utenza, per cui la separazione tra responsabilità di gestione e di regolazione non è sostenuta dagli indispensabili elementi istituzionali. il fatto è che, affinché l’impianto regolatorio sia coerente con i criteri enunciati in queste note, occorre che applicazione definitiva dei criteri di affidamento, norme transitorie e definizione delle strutture della regolamentazione procedano congiuntamente di pari passo. abbandonare a se stesso lo snodo più delicato, quello appunto della separazione tra gestione e regolamentazione, rischia di mettere in discussione gli auspicati risultati positivi conseguibili con gli altri aspetti della riforma. tutto questo non si risolve però abolendo il 23-bis, ma correggendolo e integrandolo, pur con una battaglia non facile. a questo proposito l’istituzione dell’autorità con il recente decreto sullo sviluppo è un passo incerto e criticabile per la natura del nuovo istituto che non ha le necessarie caratteristiche di indipendenza e salienza. ma il ruolo di istituzioni indipendenti da politici e mercati, con mission tecniche e operative e obiettivi di efficienza, non è certamente nel feeling culturale del governo leghista-colbertiano.

3. la remunerazione del capitale come costo di opportunità
il quesito è frutto, nella migliore delle ipotesi, di una profonda incultura economica. la remunerazione del capitale investito è un costo alla stessa stregua delle materie prime, dei semilavorati e del costo del lavoro. può essere un costo effettivo se corrisponde al servizio del debito di un capitale preso a prestito, oppure può essere un costo di opportunità se è il socio che investe capitale proprio. un euro investito in un’iniziativa, ad esempio l’ammodernamento di un acquedotto, è un euro in meno in un’altra iniziativa, che può avere un valore sociale altrettanto valido. non remunerare questa componente può significare due cose: o l’investimento non viene effettuato o il costo è sostenuto al di fuori dell’impresa, in ultima analisi dai contribuenti. in quest’ultimo caso occorre aggiungere il costo della distorsione (per l’alterazione delle scelte economiche e per l’amministrazione finanziaria) provocata dalla tassazione necessaria o dal servizio del debito pubblico generato, che ricade sulle generazioni future, le quali come si sa non parteciperanno al referendum. in tal caso gli economisti dicono che, il costo marginale dei fondi pubblici è maggiore di uno, cioè l’euro destinato alla rete in realtà costa alla società più di un euro.
in definitiva parrebbe che la questione per il servizio idrico fosse proprio l’opposto, ovvero la remunerazione è mediamente insufficiente a richiamare capitale privato in partenariato, in grado di integrare o sostituire quello pubblico, estremamente costoso per la collettività, in una fase storica di risorse pubbliche fortemente limitate.
ma poi qual è il problema che sollevano i referendari? le tariffe, comprendendo la remunerazione del capitale investito, sono troppo alte? invero, le tariffe, se mai, sono in media troppo basse, tanto che danno luogo, a sprechi diffusi nell’uso dell’acqua da parte di famiglie, imprese industriali e agricole. perché mai un giovane e brillante professionista, nel fare una lunga doccia la mattina, non dovrebbe essere chiamato a pagare adeguatamente per questo consumo? e che dire delle facoltose signore che tengono sotto continua pressione potenti lavastoviglie? si può dimostrare come, per l’uso dell’acqua, siano ottimali tariffe mediamente alte, ma discriminate in modo da gravare maggiormente nelle ore di punta e sugli utenti industriali, e favorire solo le famiglie a basso reddito, per impedire fenomeni di diffusa affordability.
forse senza remunerare il capitale investito si vuole espungere il profitto (“normale” in questo caso, ma sempre destinato al diavolo!) dalle quote distributive dei ricavi del servizio. ma andremo a sostituirlo con la rendita di politici rent-seekers, non necessariamente meno rapaci dei capitalisti imprenditori. o forse questa remunerazione è più eticamente accogliibile di quella rivolta al profitto normale di un imprenditore, tra l’altro soggetto a un rischio che in economia va compensato?

4. una conclusione con un po’ di politica
sono iscritto fino dai primi tempi al partito democratico. pur pensandola come espresso in precedenza, cioè non in linea con la posizione ufficiale del partito, credo di rappresentare una posizione legittima e dignitosa, da rispettare e da non emarginare. un grande partito plurale deve ammettere voci discordanti su temi delicati come questo, tanto più che è forse l’unico che riconosce, come da recenti dichiarazioni dei responsabili di politica economica, nelle liberalizzazioni dei mercati un importante veicolo per la crescita.
amici più competenti di me in materia mi dicono che dietro il referendum c’è un movimento di sinistra che il pd non può non intercettare. e poi due si al referendum sono un no a berlusconi. curioso come questa sia la stessa risposta che mi veniva data quando obiettavo che non era proprio una grande idea salire sui tetti per esprimere solidarietà a categorie tra le quali una parte non insignificante aspirava semplicemente ad un ope-legis. grandi esponenti della sinistra riformista in italia e in europa non hanno fatto così in passato, i movimenti li hanno indirizzati, emancipati e infine convinti, sfidando l’impopolarità.
tornando all’acqua, se si guarda al risultato finale la posizione espressa in precedenza è senza dubbio riformista e progressista e potrei anche dire di sinistra. elevati investimenti, tutela ambientale, controllo dell’uso della risorsa, tariffe per la distribuzione all’utenza regolate e tali da garantire uguaglianza dell’accesso a tutte le categorie sociali sono esiti compatibili con un’organizzazione del servizio idrico integrato come quella delineata. in fondo il modello delle società miste toscane prova che il risultato è raggiungibile: sono imprese che devono solo crescere e rafforzarsi e ciò potrebbe bene accadere all’interno della nuova legislazione. l’assetto prefigurato si fonda su una struttura complessa e articolata, di non facile implementazione, e i ritardi in italia ne sono una prova, ma sono convinto che analoghi risultati non possano essere conseguiti con un’organizzazione fondata su un’azienda pubblica, monopolio verticalmente integrato, necessariamente piccola, collocata all’interno della pubblica amministrazione e soggetta alle pretese e alle appropriazioni tipiche della politica quando si fa imprenditrice. per avere esempi eclatanti basta sfogliare qualche quotidiano, sebbene non tutti.

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Scheda informativa quesiti sull’acqua di Massarutto

Vi propongo una slide riassuntiva e sufficientemente chiara anche per i non “esperti” del significato REALE dei 2 quesiti: http://jacopogiliberto.blog.ilsole24ore.com/files/scheda-informativa-referendum.pptx

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Anche Amici della Terra (Rosa Filippini) è per i 2 no

Amici della Terra contrasta il nucleare da anni. Rosa Filippini si è espressa per i 2 quesiti riguardanti l’acqua e con onestà intellettuale (difficile da trovare sui cartelloni pregni di facilissima demagogia) afferma che:

http://www.amicidellaterra.it/adt/index.php?option=com_content&view=article&id=1090:referendum-acqua-no-ai-comuni-gestori-ognuno-faccia-il-suo-mestiere-&catid=42:comunicati&Itemid=254

Ecco, il punto è proprio questo. Io sono convinta che i Comuni, (le istituzioni elette, in genere) debbano fare il loro mestiere che è la Politica. La Politica del territorio, la Politica delle acque, la Politica dei rifiuti, la Politica dei trasporti ecc. ecc. Queste Politiche non sono facili. Implicano elaborazione di indirizzi, confronto con i cittadini e con le organizzazioni sociali, attuazione attenta e non facilona, trasparenza delle decisioni, indizione di gare e scelta delle migliori condizioni di mercato. Implicano controlli, revisioni, corretta informazione del pubblico, adeguatezza delle nomine delle autorità di controllo e garanzia di indipendenza del loro operato. Implicano gestione del bilancio pubblico oculata e in pareggio. E’ questo che si chiede alle istituzioni pubbliche, ai nostri eletti. Non di fare gli idraulici, gli spazzini o gli autisti. A parte le battute, non si può nemmeno chieder loro di saper fare gli imprenditori di gestioni idriche o di depurazione. Perché dovrebbero? Non è il loro mestiere e non li abbiamo eletti per questo.

La legge non obbliga a scegliere i privati, ma obbliga ad affidare i servizi con gara, a scegliere il servizio migliore fra aziende che competono fra loro, ad evitare il più possibile gli affidamenti diretti che sono fonte di corruzione del mondo politico e che non consentono di migliorare i servizi perché, tanto, non c’è scelta. Le liberalizzazioni hanno (o dovrebbero avere) questo senso.

Se il SI ai referendum sull’acqua avrà la maggioranza sarà per motivi che non hanno niente a che fare con l’acqua. L’effetto conseguente sarà di tornare ai Comuni factotum. Forse, anche alle centrali pubbliche del latte.

Tornando all’onestà intellettuale, segnalo una curiosità: i più accesi sostenitori del referendum sull’acqua, che hanno tanta ostilità per i privati che gestiscono i servizi idrici (un campo dove le tariffe italiane sono le più basse d’Europa), sono gli stessi che hanno manifestato in difesa degli imprenditori delle rinnovabili elettriche (che godono degli incentivi statali più alti d’Europa). Una grande diversità d’atteggiamento. Eppure, anche l’acqua dovrebbe essere green economy, almeno quanto l’energia. Ma, evidentemente, i “cattivi privati” qualche volta sono “amici”.

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